Il colloquio situazionale

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Nel colloquio situazionale, il selezionatore vi farà domande incentrate sui vostri comportamenti in situazioni lavorative (e non) avvenute nel passato. È una modalità di colloquio conosciuto anche con il termine inglese di “Behavioral interview”.
L’obiettivo è quello di cercare di comprendere le competenze del candidato in situazioni concrete, senza sconfinare nella dimensione ipotetica, dove spesso le persone rispondono in maniera teorica.

La struttura delle domande

Se il vostro interlocutore ha una buon padronanza delle tecniche di selezione, cercherà di restringere il campo e di ancorare la vostra risposta a un intervallo di tempo preciso. È possibile che lo faccia per aiutarvi a trovare un esempio pertinente, o per impedirvi di generalizzare, o semplicemente perché vuole capire meglio certe dinamiche.

Ad esempio:
“Qual è stato il progetto più impegnativo di cui si è occupato negli ultimi 6 mesi?”

Inoltre, difficilmente vi farà due domande alla volta. Aspetterà sempre che rispondiate alla prima domanda, per poi farvene un’altra: da una parte, per evitare di confondervi, dall’altra per non darvi l’occasione di scegliere di rispondere parzialmente.

Ad esempio:
A. “Durante il suo percorso di master, ha avuto l’occasione di fare dei lavori di gruppo?”
B. “Sì, la tesi finale era un lavoro di ricerca a gruppi”.
A. “In quanti eravate?”
B. “Con me, quattro. In realtà eravamo in cinque, ma poi una ragazza ha lasciato per ragioni personali, e quindi siamo rimasti in quattro”.
A. “Può descrivermi l’esperienza?”

Siate specifici

Nell’esempio precedente, potete notare che ho appositamente evitato risposte laconiche del genere “Sì/No”. Siate specifici ma non aridi. Date sempre qualche informazione per collocare la risposta ma evitate di fare appello ai massimi sistemi.
La generalizzazione, infatti, è il modo peggiore di rispondere a domande situazionali. Gli studi in questo ambito hanno ampiamente dimostrato che si generalizza soprattutto quando non si padroneggia la competenza su cui verte la domanda.

Ad esempio:
A. “Prima ha menzionato che diversi suoi colleghi hanno lasciato l’azienda perché non andavano d’accordo con il vostro nuovo capo. Per quanto la riguarda, le è successo di avere dei problemi con lui?”
B. “In generale, se una persona dovesse avere  un problema con il proprio capo, credo che sarebbe importante che gliene parlasse in modo aperto. Potrebbe chiedergli un colloquio, in un momento in cui c’è meno lavoro, e affrontare la questione serenamente. Il dialogo è molto importante.”

Questa risposta non risponde: all’intervistatore interessa ciò che avete fatto voi, non quello che si dovrebbe fare in generale. Sebbene la risposta, dal punto di vista teorico, è ben formulata, non date nessuna garanzia che sapreste comportarvi in questo modo.
Personalmente, una frase di quel genere, io la traduco così: “Sì, ho dei grossi problemi con lui, non lo sopporto più, ed è per questo che sono a questo colloquio; ma so che non devo parlare male del mio datore di lavoro, per cui generalizzo con bei concetti che però non applico, nella speranza che lei non insista troppo. Potrei mettermi a piangere”.

3 consigli

Per riassumere, ecco quindi tre aspetti a cui prestare attenzione (e a cui presterà sicuramente attenzione chi vi sta intervistando):

  • evitate di utilizzare espressioni generalizzanti come “solitamente” e “in genere”;
  • non parlate al condizionale (“se mia nonna avesse avuto le ruote, io sarei un tram”);
  • preferite sempre la prima persona singolare: “io penso”, “ciò che ho fatto è…” ecc.

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