Io sono un prodotto

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Chiara Zocchi, che negli anni ’90 ha pubblicato con Garzanti un romanzo acclamato da critica e pubblico (Olga), mi disse una volta che si sarebbe fatta fotografare dentro a una scatola di banane, per far passare il messaggio che anche lei, giovane scrittrice di successo, era in realtà un prodotto.
A distanza di (oddio: troppi, tantissimi) anni, ogni qual volta mi succede di riflettere a come potrei “vendermi” meglio, mi rivedo in quella stessa scatola, a sgomitare tra i caschi di banana per trovare il mio spazio. Forse perché l’idea di vendersi, nella mia testa, è negativa. Eppure è quello che ognuno di noi dovrebbe imparare a fare, per aumentare le proprie opportunità professionali.

La proposta di valore

Coca-Cola punta sui piaceri semplici della vita: le loro bibite ci accompagnano in vari momenti della giornata e della nostra esistenza, e si legano alle nostre storie. Il gusto della Coca-Cola (poco importa se normale, light, zero o life) è riconoscibile e ci àncora a un momento piacevole.
Questa è la loro promessa, e non è un caso che il nuovo slogan sia “Taste the feeling”. Ogni prodotto fa una promessa al proprio cliente e, se la proposta di valore è ben formulata (e veicolata), questi ci crede.

Come elaborare la propria promessa

E voi? Che prodotto siete? Qual è la promessa che fate al futuro datore di lavoro?
La risposta è più semplice della domanda, in realtà. Il mio consiglio è quello di fare una lista degli aspetti professionali per i quali siete apprezzati.

  • Avete ricevuto qualche complimento da un capo o da un cliente? Vi ricordate per quale motivo? Scrivetelo nella lista.
  • Poi pensate a qualche cosa di particolarmente difficile di cui avete dovuto occuparvi (e che vi sembra sia andato a buon fine).
  • In seguito aggiungete le cose che vi piace fare nel vostro lavoro e che vi danno soddisfazione.
  • E infine elencate gli eventuali diplomi, o le lingue che parlate, oppure le esperienze particolari che avete fatto nel vostro iter professionale.

A questo punto, vedrete che emergeranno due-tre aspetti in comune a tutte le cose che avete scritto. E di solito sono competenze abbastanza specifiche, genere essere un buon negoziatore, essere riconosciuto per la qualità dell’esecuzione, trovare soluzioni a basso costo… cose di questo genere. La vostra promessa di valore va costruita su questi elementi.

Come comunicare la nostra proposta?

Non parliamo di quantità ma piuttosto di qualità. I nostri 10’000 contatti su LinkedIn o i 10 tweet che ci impegniamo a scrivere ogni giorno, o le 300 candidature mandate a tappeto a tutte le ditte della regione non servono a nulla se non è chiaro ciò che possiamo offrire al nostro potenziale datore di lavoro.
Torniamo per un istante all’esempio della Coca-Cola: come avviene la sua promozione, in quanto prodotto? Ci sono spot televisivi, annunci sulle riviste, concorsi associati al prodotto, promozioni nei negozi, sponsorizzazioni di eventi sportivi e culturali. La comunicazione della proposta di valore è multi-piattaforma. Gli americani direbbero che utilizza una strategia “transmediatica”.
E voi? E noi (perché mi ci metto dentro anch’io)? Un CV, neanche tanto caruccio, fotocopiato trenta volte e inviato al nostro… cliente. E no. Ci vuole un po’ più di sforzo: si incomincia con la propria presenza online (ad esempio su LinkedIn) e si continua con altri social media: siete laureati? aprite un blog; siete artigiani? fate un sacco di foto di ciò che realizzate e postatele su Instagram.

Le nuove mode

Il trend attuale è quello di inviare dei piccoli progetti, invece che uno scarno curriculum: in una pagina o due, si propone all’azienda ciò che si potrebbe fare per loro, mettendo in evidenza le proprie esperienze e competenze.
Facendo quindi vedere al potenziale datore di lavoro delle potenzialità che gli diano la voglia di organizzare un incontro, così come il video della Coca-Cola gli ha dato voglia di andare a comprarsene una.
Un’altra moda recente è quella del video-curriculum. Già un pelino più perigliosa: il rischio di fare un video-ciofeca è sempre in agguato. Un po’ come le pubblicità che passano sulla televisione svizzera.
L’aspetto fastidioso di tutto ciò è che cercare lavoro diventa un’attività a tempo pieno. È vero: all’inizio, bisogna investire parecchio tempo. Ma costruireste una casa senza aver prima fatto un progetto? Comprereste un auto senza aver prima valutato i vostri bisogni, i prezzi e ciò che offrono le altre marche?
No. E allora perché diamo per scontato che per trovare un lavoro sia sufficiente scrivere qualche riga e mandarla in giro?

Nota di servizio: non sto cercando lavoro… per questo il mio CV su LinkedIn non ci azzecca nulla con quanto sopra 🙂

 
 

L'intelligenza emotiva

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Il concetto di “Intelligenza emotiva” è un po’ come la barba: dalla fine degli anni Novanta a oggi ha conosciuto un successo costante, anche tra chi, abituato a riflettere in modo binario, ci vedeva solo un ossimoro.

Di cosa stiamo parlando

Santa Wikipedia vi saprà fornire un riassunto esaustivo della definizione di Intelligenza Emotiva.
La definizione da bar (più comprensibile) è invece questa: una persona che ha una buona consapevolezza delle proprie emozioni (cosa mi fa arrabbiare, cosa mi imbarazza, cosa mi fa piacere, e perché), e che sa riconoscere questi stessi meccanismi negli altri, avrà tendenza a stabilire e intrattenere rapporti più funzionali.
Ora, non è detto che una persona con un’alta intelligenza emotiva sia anche estroversa e a suo agio in mezzo alla gente; tuttavia è probabile che capisca bene cosa sia appropriato e cosa no all’interno della propria cerchia sociale.
Alcuni studi hanno messo in evidenza un rapporto tra questa capacità “sociale”, chiamiamola così, e l’intelligenza tout-court. Direi che ci sta, a patto di non confondere intelligenza con erudizione: una persona che non ha studiato può essere molto intelligente e padroneggiare degli strumenti tipicamente associati all’intelligenza emotiva.
In altre parole: un avvocato super studiato può avere zero intelligenza emotiva, mentre una signora delle pulizie che non ha neanche il diploma di terza media può avere un alto quoziente di intelligenza emotiva.

Perché è importante

Nella maggior parte delle professioni, interagiamo con altri individui: capi, colleghi, clienti, fornitori, autorità, associazioni di categoria. L’intelligenza emotiva regola la nostra capacità di interfacciarci con queste persone in maniera appropriata. E quindi di avere migliori prestazioni.
L’appropriatezza, badate bene, non è universale e può variare fortemente da una cultura all’altra.
Ma visto che il comportamento ritenuto idoneo nei diversi contesti si modella proprio attraverso l’interazione con gli altri, anche il fatto di sapersi muovere con persone e registri diversi è sintomo di intelligenza emotiva.

Ma quindi, perché è importante?

È importante perché le conoscenze tecnico-professionali contano solo un 10-20% nel nostro lavoro. Tutto il resto, o una grossa fetta di esso, è legato a competenze personali (come mi conosco e mi gestisco) e sociali (come interagisco con gli altri).
Gli studi dimostrano che le persone particolarmente intelligenti emotivamente si adattano più facilmente a un nuovo ambiente di lavoro. Si sentono bene + fanno sentire bene i propri colleghi = migliore produttività.
Non stupisce quindi che i selezionatori tendano a preferire dei test per l’intelligenza emotiva, che sono anche meno imbarazzanti rispetto ai test del Q.I.

Infine c’è un altro aspetto: la capacità di fare network è molto legata alle competenze “socializzanti”. Si stima che quattro persone su cinque trovino lavoro grazie alla propria rete di contatti.

Se vi interessa un assaggino gratuito che vi possa dare un’indicazione sul vostro livello di intelligenza emotiva, potete provare questo test semplice (e un po’ semplicista): CLICCARE QUI.

6 consigli per chi sogna di lavorare in Svizzera

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Ricevo molte sollecitazioni da giovani italiani che mi contattano su LinkedIn, Facebook, Tinder, Grindr, e tutti i siti meno consoni alla ricerca di un lavoro che vi possano venire in mente. Di solito chiedono aiuto su “come venire a lavorare in Svizzera”. Alcuni sanno che sono un professionista delle risorse umane, altri invece sparano alla cieca.
Ci sono alcune cose che bisogna sapere, prima di cercare un lavoro in Svizzera (e in particolare nel Canton Ticino, dove si parla italiano). La prima è che per il Ticinese medio, l’Italiano, anche quello di Varese o Como, è l’equivalente di un Bulgaro o di un Rumeno per i cittadini del Bel Paese. Eh sì, siamo sufficientemente a Nord per dare del terrone anche a Salvini, non senza una certa soddisfazione, detto fra noi.

Un periodo storico difficile

La crisi economica si fa sentire anche in Svizzera, sebbene in maniera minore rispetto al resto… del mondo: il tasso di disoccupazione è intorno al 3%, mentre in Ticino si aggira sul 4.5%. Nel Cantone di lingua italiana, ci sono circa 200’000 persone attive residenti. I frontalieri sono 65’000. Fate un po’ voi le proporzioni.
Un frontaliere è una persona che vive in Italia e che tutti i giorni si reca in Svizzera per lavorare. Una cifra enorme. I detrattori dicono che sono troppi (e organizzano campagne anti-stranieri dal profumo nazionalsocialista), mentre altri fanno notare che senza gli Italiani, il Ticino si fermerebbe (un po’ come gli Stati Uniti senza i Messicani).
Negli ultimi tre anni, più volte il popolo Svizzero ha chiaramente espresso il proprio disappunto rispetto alla politica pro-europeista del Governo federale e lo ha fatto con l’arma democratica per eccellenza: il referendum. Abbiamo quindi detto no alla libera circolazione con la UE e abbiamo detto sì alla preferenza indigena sul mercato del lavoro.
È questo il contesto in cui vi troverete nel momento in cui vi candiderete a un posto di lavoro in Svizzera.

Ecco come l’UDC, principale partito svizzero, rappresenta gli stranieri che vengono in Ticino.

Bene, ora che avete preso coscienza che non vi si accoglierà a braccia aperta, vi posso dare qualche suggerimento per rendere la vostra esperienza meno traumatizzante:
1. Domandatevi perché volete venire in Svizzera
È la prima domanda che vi faranno. Evitate la solita tiritera su quanto è brutta l’Italia, su che gentaglia ci vive e su come la situazione politico-economica è ormai insostenibile. Mettete piuttosto l’accento sugli aspetti positivi di ciò che pensate di poter portare all’azienda che vi ha contattato, come dovreste fare nel caso di un qualsiasi altro colloquio.
Non imbarazzate il vostro interlocutore descrivendo il nostro Paese come una terra perfetta e senza errori in cui regna la Regina Heidi. Anche la Svizzera ha i suoi problemi: idealizzarla, servirà solo a farvi dire di no, ma con maggiore imbarazzo (da parte nostra).
2. Siate pronti a trasferirvi. Davvero.
Questo è l’errore numero uno: il ragazzo di Napoli, volenteroso e qualificato, è pronto a qualsiasi sacrificio per venire a lavorare in Svizzera. Ma ha comunque deciso che vivrà in Italia. Insomma, farà il frontaliere. Senza nessun giudizio di valore: ma se l’Italia fa tanto schifo, perché ci restate a vivere? Non farete una buona figura, se il vostro futuro datore di lavoro avrà l’impressione che della Svizzera amate solo il Franco.
(Nota: alcune aziende, soprattutto quelle italiane che si sono stabilite in Svizzera per ragioni fiscali, apprezzeranno invece se volete fare i frontalieri, perché potranno pagarvi meno di quanto pagherebbero un residente svizzero).
3. Cestinate il vostro orribile CV europeo
Non lo legge nessuno. È confuso, impersonale e poco pratico. La nuova versione è un po’ meglio. Tuttavia, in Svizzera preferiamo i curricula che dicano qualcosa della persona. Pensatelo bene, fate in modo che vi assomigli e non inserite nessun riferimento a oscure leggi sulla privacy (visto che in Svizzera le legislazione è differente).
Inoltre, prestate attenzione alla valutazione delle vostre capacità linguistiche (in un Paese in cui le lingue la gente le parla veramente, millantare una buona padronanza del francese perché lo avete studiato alle scuole medie, rischia di mettervi in una situazione difficile).
4. Scrivete sempre una lettera accompagnatoria sobria ma mirata
Chi manda il proprio curriculum via email, da indirizzi di posta elettronica genere “farfallina83@hotmail.com” e con frasi da analfabeta di ritorno come “Salve, sono Roberta, cerco lavoro, grazieeee!” non ha rispetto per il proprio futuro datore di lavoro e, soprattutto, non ha rispetto per il proprio futuro. Punto.
5. Non chiamateci “Dottore”
In Svizzera si chiama Dottore solo il medico. Tutti gli altri sono Signora e Signore. Le eccezioni sono rarissime. Se vi ostinate a chiamare “dottoressa” la prima segretaria che vi risponde, non fate altro che confermare di non essere in grado di adattarvi a una nuova cultura.
La laurea, come in tutti i Paesi tranne l’Italia, non dà il diritto al titolo di Dottore, per il quale ci vuole un dottorato di ricerca. Sono poco utilizzate anche le terminologie genere “Stimato” (lo si impiega solo per gli enti pubblici), “Chiarissimo” o “Illustrissimo”. Un “egregio” e una “gentile” sono più che sufficienti.
6. Documentatevi sulle differenze
Il fatto di parlare la stessa lingua (o per lo meno una lingua molto simile) vi darà l’impressione -ohimè falsa- di condividere la stessa cultura. No. La Svizzera è molto diversa dall’Italia, il che spiega perché volete trovare lavoro qui. Ci sono siti internet che vi spiegheranno per filo e per segno come fare per trasferirvi in Svizzera, così come troverete informazioni sulle piccole grandi differenze: le linee bianche indicano che il parcheggio è a pagamento, le linee blu che è gratuito con il disco orario. Cose di questo genere.
Per le parole strane genere “mappetta”, “guichet”, “azione” e “comanda” c’è lo Svizzionario di Sergio Savoia (www.svizzionario.ch).
E, soprattutto, armatevi di pazienza.
Non voglio scoraggiarvi, ma dovete essere consci che i datori di lavoro elvetici ricevono moltissime candidature. Solo nella mia azienda, abbiamo circa 84’000 richieste all’anno. Leggiamo tutti i curricula e rispondiamo a tutti, ma per spiccare fuori dalla massa ci vuole soprattutto un po’ di fortuna: attirare l’attenzione del selezionatore e/o essere al momento giusto nel posto (vacante) giusto.

La mamma cerca lavoro

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La famiglia è una responsabilità condivisa e anche gli uomini hanno sempre più bisogno di trovare un equilibrio tra lavoro e vita privata.
Tuttavia, una madre riscontra delle problematiche proprie al fatto di essere donna: per qualche oscuro motivo, infatti, i datori di lavoro sembrano non apprezzare particolarmente le persone che hanno un utero e che lo impiegano a fini riproduttivi. Questo rende difficile il rientro professionale di molte madri.

I punti forti della maternità

La maternità insegna molte cose, e alcune di queste possono essere translate in competenze professionali. Penso ad esempio alla gestione del tempo e all’organizzazione. Sono sicuramente due aspetti che metterei in avanti, portando alcuni esempi concreti dalla vostra giornata.
Se vi fermate un attimo a riflettere, noterete che, nella gestione quotidiana della vostra famiglia, siete diventate esperte in porre le priorità, portare avanti più mansioni contemporaneamente e gestire il tempo per rispondere ai bisogni diversificati di più persone. Senza parlare di una certa gestione della frustrazione e della stanchezza a oltranza che chiameremo, con una parola molto alla moda, “resilienza”.
Tutte competenze utilissime e spendibili professionalmente!

Una migliore comprensione

Essere mamma porta anche a capire meglio che le persone hanno bisogno di livelli diversi di attenzione: alcuni bambini capiscono le cose al volo, ad altri bisogna spiegarle più volte; a un bambino di 3 anni, non si può parlare come a un bambino di 9.
È la stessa cosa con i clienti dell’azienda in cui potreste lavorare: c’è chi non parla bene la lingua, c’è chi ha difficoltà a capire ciò che gli si spiega, c’è chi invece ha bisogno di pochissime spiegazioni.
Credo che essere in grado di fare esempi concreti dalla propria vita di mamma per poi arrivare a dire qualcosa del genere “non ci avevo mai pensato prima, ma ora mi rendo conto che questa esperienza mi è utile anche nel lavoro”… beh, può dare una buona impressione.

Un problema di organizzazione?

Le aziende pensano che le madri siano meno flessibili, perché devono occuparsi dei figli. Questo è spesso vero, soprattutto in una società come la nostra in cui i padri sono un po’ confusi sul loro ruolo e le nonne o vivono lontane o devono andare alla lezione di yoga (e quindi non hanno tempo di occuparsi dei vostri pargoli).
Il mio consiglio è esplicitare già nella lettera di motivazione che avete le idee in chiaro su come vi organizzerete nella gestione famiglia/lavoro; è vero, non dovreste essere obbligate a giustificarvi, ma permettetemi di essere pragmatico e non idealista: preparatevi in anticipo e date la certezza che sapete come muovervi.
Alcune domande che potete porvi per prepararvi: State ancora allattando? Volete continuare l’allattamento e in che modalità? Chi si occupa del bambino? Avete bisogno di orari flessibili? O il contrario: siete legati agli orari della scuola? Cosa avete previsto per le vacanze scolastiche: chiederete sempre di stare a casa? Se il bambino si ammala, avete qualcuno che può restare con lui?

Mostrate interesse per la formazione

Se la maternità vi ha tenute fuori dal mondo del lavoro per molto tempo, il mio consiglio è quello di cominciare a fare qualche piccola formazione qua e là. Rimettersi nel ritmo di chi sta rientrando nel mondo del lavoro, e non semplicemente della mamma i cui bimbi sono cresciuti e allora è l’occasione (o la necessità) di ricominciare a lavorare.
Dimostrare che ci si sta mantenendo aggiornate su alcune competenze utili è sempre un punto positivo. Quindi iscrivetevi a corsi, seguite webinar, partecipate a conferenze formative: e, soprattutto, non dimenticate di metterle in evidenza nel CV.
E soprattutto: non buttatevi giù davanti alla difficoltà, perché purtroppo nella società in cui viviamo è tutto un po’ più complicato, per una mamma che cerca lavoro. Provate a fare la ricerca su internet con la frase “competenze di una mamma” e vedrete che vi si aprirà un mondo ricco di consigli e esperienze che vi rincuoreranno.

Raccontiamo cose belle: qualche lettrice ha avuto un esperienza positiva con il suo rientro nel mondo del lavoro dopo la maternità? Condividete la vostra storia!

 
 

9 frasi killer e mezzo


Ho notato che vanno molto di moda i titoli arraffa-clic del genere i 5 segreti per essere assunti, le 7 cose da sapere per ottenere il lavoro dei tuoi sogni, le 3 posizioni prima di dormire per essere felici che non c’entrano niente ma che ti danno l’idea che l’articolo sarà utile e corto.
Bene. Allora ho pensato anch’io di dare un po’ i numeri.
1.
Sono una persona molto motivata.

Lascialo decidere a me, grazie. E comunque nessuno ha mai esordito con un “sono una persona pigra e svogliata”.
2.
Il mio capo precedente era un incompetente.
E io non vedo l’ora di sentirti dire la stessa cosa del tuo capo attuale.
3.
La prego, ho un disperato bisogno di questo lavoro.
Anche se fosse vero, è veramente un argomento? Potete dire la stessa cosa con parole meno forti e che suoneranno in maniera diversa al selezionatore, come ad esempio: “Devo ammettere di essere un po’ nervoso perché da quello che ho letto della posizione e da quello che mi ha spiegato oggi, mi rendo conto che si tratta di una bellissima opportunità”.
4.
Non parlo tedesco, ma sono disponibile a fare un corso.
E io non sono un merlo, ma sto prendendo lezioni di sbattimento d’ali: sono sicuro che in tre mesi ce la farò a volare. Parlate piuttosto di ciò che sapete.
5.
No, non ho nessuna domanda da fare.
Bisogna sempre avere delle domande da fare. Leggi il mio post a tale proposito qui.
6.
Posso imparare molto da questo lavoro
Bene. Ma parliamo di quello che tu puoi portare a noi, non di quello che noi possiamo dare a te…
7.
Quanto è il salario?
Il più delle volte è una domanda inappropriata – o per lo meno intempestiva; ma in alcune occasioni è giustificata, magari al secondo colloquio oppure se il selezionatore sembra essere molto selettivo ma non vi dà informazioni in cambio. Un modo elegante per chiederlo potrebbe essere: “So che non siamo ancora a questo livello del processo di selezione, tuttavia mi domandavo se potesse darmi un’idea della retribuzione associata a questa posizione”.
8.
Non è stata colpa mia.
Ah, noi cattolici e il nostro senso di colpa. Come se portare una colpa fosse qualcosa di così zozzo e immondo. Uno, non scarichiamo il barile; due, preferiamo una frase del genere: “Qualcosa non è andato nel verso giusto e ho cercato di capire cosa, per evitare che succedesse di nuovo”.
9.
Non sono sicuro di aver capito bene la domanda.
Questo era una trappola: una frase di questo genere, ci sta. Meglio chiedere piuttosto che rispondere completamente fuori tema.
10.
Lavoro bene da solo ma anche in team.
Lo dicono tutti, anche quando non è vero. Piuttosto dimmi un aspetto che ti piace del lavoro indipendente e uno invece che apprezzi del lavoro di gruppo.

Qualche altra frase da non dire?

Formazione e CV

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La sezione “Formazione” del curriculum dovrebbe essere fattuale, eppure assume un valore fortemente strategico a dipendenza del tipo di posizione per cui ci si candida.

Come per tutte le cose, se ritenete di avere un vantaggio strategico a questo livello, come ad esempio una laurea alla Bocconi, vale la pena metterla in evidenza, all’inizio del documento. Se invece la vostra esperienza professionale è a vostro giudizio più importante, potete relegare la formazione al fondo del CV.

Queste indicazioni, naturalmente, valgono solo se non utilizzate quell’orribile modello di CV Europeo che, non mi stancherò mai di ripeterlo, ha lo stesso sex appeal di una minestra di orzo. Fredda.

Non mischiare corsi e diplomi

Premesso che ognuno ha il suo stile e che esso dice qualcosa della personalità del candidato, nel mio curriculum personale faccio distinzione tra quattro tipi di (in)formazione:

  1. Formazione di base: è quella obbligatoria, professionale o liceale – di solito la si cita solo se è l’ultimo diploma conseguito oppure se è caratterizzante. Ad esempio: ho fatto il liceo classico e questo dice qualcosa di me, per cui lo menziono.
  2. Formazione accademica: è la formazione superiore, quindi la laurea o il bachelor o il master. La data di ottenimento è importante solo nei primi anni, dopodiché va in prescrizione 🙂 In l’Italia, è fondamentale indicare il risultato finale (110 e lode); per la Svizzera, è di uso meno comune e quindi lo eviterei.
  3. Formazione certificante: di solito sono corsi molto specifici, di breve-media durata, costosissimi, e che attestano delle conoscenze settoriali, come ad esempio Microsoft Office Specialist (MOS) Expert.
  4. Formazioni qualificanti: la maggior parte della formazione continua rientra in questa definizione; si tratta di corsi di perfezionamento, come potrebbe esserlo ad esempio “Riconoscere e gestire i segni dell’abuso d’alcol in un collaboratore”.

Nella sezione “Formazione” o “Titoli di studio” vanno inserite solo le formazioni accademiche (e nel caso in cui non ci siano: la formazione di base). Tutto il resto lo metterei nella sezione formazione continua (che può essere una sottosezione della precedente).

La formazione continua

La meta-competenza che mi interessa maggiormente in un candidato è la capacità di apprendimento. Se una persona non sa fare una cosa, può imparare a farla, a condizione che abbia la predisposizione necessaria.

La formazione continua, da questo punto di vista, può essere un segno che il candidato non si sia addormentato sugli allori e che abbia voglia di continuare a imparare nuove cose e a perfezionare ciò che già sa.

Sconsiglio di fare liste chilometriche con tutti i webinars, i seminari, i congressi e gli addestramenti seguiti e ricevuti. O se proprio ci tenete, fatelo in un allegato – mentre sul curriculum, effettuate una selezione di ciò che è significativo, dando una preferenza alle formazioni certificanti.

Quando il diploma non c’è

Non tutti hanno ottenuto un diploma accademico o un titolo equivalente. Molti si sono fermati alle scuole dell’obbligo mentre altri non hanno terminato gli studi. In questi casi, è importante non farsi prendere dal panico e quindi mentire o esagerare. Siate sempre trasparenti:

Laurea triennale in biologia (non terminata)
Ottenuti 116 crediti formativi ECTS su 180.

Nel caso in cui abbiate una buona esperienza lavorativa ma nessun diploma significativo, consiglio di sostituire la sezione “Formazione” con “Sviluppo professionale”, in cui citerete le formazioni effettuate sul campo e le competenze acquisite.

Detto questo, l’opzione migliore sarebbe quella di rimettersi a studiare. Il panorama formativo attuale offre molte opportunità di ottenere dei diplomi o delle certificazioni, se non addirittura dei master , anche continuando a lavorare. E in ogni caso: anche piccole formazioni qualificanti dimostrano la volontà del candidato di restare sempre aggiornato rispetto al proprio campo di interesse.

I canali per trovare lavoro

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Conosciamo già i canali televisivi, i canali di Venezia e i canali di distribuzione.
È ora di imparare a conoscere anche i canali di selezione, ovvero le modalità, diverse per natura e per utilità, che permettono di trovare un lavoro.

Cacciatori di teste (Headhunter)

I cacciatori di teste sono pagati dalle aziende per trovare i talenti che loro non riescono a trovare. Mi correggo: sono strapagati dalle aziende per trovare i talenti. Questo è il loro principale difetto: sono maggiormente interessati a un certo tipo di profilo che non tutti possono vantare di avere.
Ciò non significa che bisogna essere una perla rara: i cacciatori di teste sono spesso vecchi volponi, che conoscono molto bene il mercato e che hanno la capacità di identificare i profili interessanti anche prima che lo siano veramente. E di conseguenza possono essere tentati di proporre un incontro, anche solo per un breve colloquio conoscitivo. A me è successo così: il mio primo lavoro in una grande azienda l’ho trovato grazie a un consiglio gratuito e benevolo su come rendere più attrattivo il mio curriculum, datomi da un headhunter.
Il vantaggio di questo genere di canale è che una volta entrati nel network di un cacciatore di teste, è difficile uscirne. Per un headhunter, infatti, è importante avere un portfolio di potenziali candidati da cui pescare in caso di bisogno. Hanno tendenza a seguirti anche nei tuoi spostamenti di carriera, tenendoti d’occhio e alimentando sul filo degli anni un sottile rapporto che può tornare utile a entrambi.

Le agenzie di collocamento

Sono i cacciatori di teste dei poveri e sono per lo più specializzate in lavori interinali. Perché no. Ma tra il loro bisogno di margine e la tendenza dei datori di lavoro ad abbassare i costi del personale temporaneo, aspettatevi condizioni contrattuali capestro.

Social media

Sono l’equivalente dell’inserto “Lavoro” che all’epoca si trovava nei principali quotidiani cartacei. Veicolano delle opportunità e per questo sono utili. Ma mi fermerei lì, soprattutto se andiamo nello specifico e parliamo di community come LinkedIn o Xing.
Non conosco nessuno che abbia trovato lavoro tramite LinkedIn. Magari grazie a, sì, ma tramite la candidatura diretta sul sito… nessuno (se ci siete, battete un colpo e manifestativi nei commenti: mi interessa conoscere la vostra esperienza).
Non partite dal presupposto che le aziende sappiano veramente ciò che fanno: la maggior parte di esse pubblica annunci su LinkedIn solo perché è la cosa alla moda da fare. E non si sono dati i mezzi (e le persone) per gestire la valanga di candidature che seguiranno. Un consiglio che posso darvi – e questa volta parlo per esperienza personale come selezionatore, non come candidato – è di non inviare mai le candidature via email. Non le legge nessuno. O l’azienda ha un sistema di gestione delle candidature online, e allora usatelo, oppure preferite la cara vecchia posta.

Presentarsi di persona

Per molti anni è stato il leit motiv di assistenti sociali, collocatori e guru della cassa integrazione: presentatevi di persona, portate il vostro CV, insistete per parlare direttamente con la persona responsabile. Sembra una buona idea, ma non lo è.
E lascio parlare le cifre: unicamente nel sito dove lavoro, riceviamo circa 14’000 candidature spontanee all’anno. Se anche solo l’1% di queste persone si presentasse alla mia porta, calcolando circa 220 giorni di presenza all’anno in ufficio, dovrei incontrare 6 candidati spontanei al giorno. Candidati per i quali molto probabilmente non ho una posizione da offrire e ai quali non ho chiesto di scomodarsi. Mi sembra chiaro perché non è una buona idea, giusto?

Networking: la rete di conoscenze

Perché presentarsi di persona quando c’è qualcuno che può presentavi per interposta persona? Il networking funziona. Tanto. O perché qualcuno vi ha parlato di quella posizione aperta o perché avete avuto accesso a un colloquio tramite un contatto condiviso, l’85% delle posizioni vengono attribuite così, tramite conoscenze.
E non parliamo di conoscenze nel senso di ho un cugino disoccupato e una mazzetta di euro che mi cadrà per terra e che tu potrai raccogliere e nessuno ha visto niente. Non parliamo di raccomandazioni di dubbia natura. Semplicemente tramite le proprie conoscenze, le organizzazioni professionali, le associazioni di volontariato: ogni gruppo di interesse è potenzialmente un network. Anche il club degli amanti dei micetti su Facebook (ma non mettetelo sul CV, vi prego).

Sei la mosca bianca rarissima che ha trovato lavoro tramite LinkedIn? Condividi la tua esperienza nei commenti!

5 ricerche da fare prima del colloquio

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Ricordo un colloquio che feci quando ero molto giovane, presso la sede corporate di Nestlé a Vevey, in Svizzera. Alla fine dell’incontro, uscii con una tonnellata di documentazione, tra cui un dettagliato rapporto annuale del gruppo Nestlé all’attenzione degli investitori, che non avrei saputo come procurarmi altrimenti.
Oggigiorno non è più necessario disboscare un quarto di foresta pluviale per reperire delle informazioni, anche dettagliate, sull’azienda presso la quale ci presenteremo per un colloquio. Non abbiamo quindi la scusa di arrivare impreparati. Il mio consiglio è di prestare particolare attenzione agli aspetti seguenti:

1. I prodotti, i servizi e i mercati di attività

Molti candidati arrivano al colloquio senza avere un’idea precisa di quali siano i principali prodotti o i servizi offerti dal loro potenziale datore di lavoro. Bisogna sempre documentarsi, anche di fronte all’evidenza.
Prendiamo un esempio semplice: la Pepsico. Presentarsi al colloquio con l’idea che si tratti di un produttore di bibite gasate, tra le quali la famosa Pepsi, è riduttivo. Il gruppo Pepsico, oltre a tutta una gamma di bibite, come ad esempio i succhi di frutta Tropicana, annovera anche altri marchi importanti, quali gli snack Doritos o la linea di cereali per la colazione Quaker Oats.
Una persona che si presenta nell’Ospedale in cui lavoro dovrebbe sapere che non abbiamo la cardiologia invasiva, o che la psichiatria non fa parte del nostro mandato, o che i nostri servizi di riabilitazione sono offerti in partenariato con una clinica privata che non fa parte del nostro gruppo ospedaliero. Non mi aspetto che il candidato conosca i dettagli, ma che si sia fatto un’idea, questo sì.

2. L’attualità

La notizia che il gruppo Swatch stia investendo nelle batterie per le auto elettriche è stata ampiamente ripresa dalla stampa internazionale. Si tratta di informazioni che riguardano il futuro dell’azienda e sono quindi strategiche.
A un colloquio presso Swatch, alla luce dell’attualità, non mi focalizzerei sul mercato orologiero: parlerei piuttosto delle opportunità future, dell’importanza della ricerca e dello sviluppo in questo ambito innovativo; mi interrogherei su quali sinergie potrebbero esserci con altri prodotti del gruppo, passati e presenti… vogliamo parlare ad esempio della SMART? Pochi ricordano che SMART è l’acronimo di Swatch-Mercedes ART, nata nel 1996 dalla collaborazione con il gruppo Daimler, proprio su impulso del CEO di Swatch.
Le vostre ricerche sui prodotti e sui mercati del vostro futuro datore di lavoro faciliteranno la comprensione delle notizie di attualità che lo riguardano, anche quelle di natura finanziaria. Perché l’aumento del prezzo del petrolio impatta negativamente l’industria dei polimeri? Che implicazioni hanno per le Università Svizzere le diverse votazioni popolari che tendono a creare delle barriere protezioniste nei confronti della libera circolazione delle persone? Gli operatori telefonici italiani Wind e 3 sono concorrenti?
Informarsi è fondamentale.

3. I valori e la cultura aziendale

La maggior parte delle aziende ha una sezione del proprio sito web dedicato alla visione, o ai valori, o alla mission. O a tutti e tre. Solitamente si tratta di fuffa markettara, ma qualche indicazione importante può darcela ugualmente. È infatti probabile che le competenze chiave ricercate nei candidati facciano riferimento in qualche modo a un quadro che ha come cardine i valori aziendali.
Prendiamo un esempio difficile dal punto di vista valoriale, come potrebbe esserlo una grande multinazionale del tabacco: nella sezione “Cosa cerchiamo in un candidato”, Philip Morris dice in modo esplicito di considerare importante la capacità di comunicare in modo chiaro e costruttivo.
Alla domanda “Crede che la sigaretta provochi il cancro?”, non è quindi consigliabile essere evasivi o generici. Certo: è una domanda difficile e una risposta inadeguata potrebbe azzerare le vostre possibilità di essere assunti. Ma per loro è importante che siate chiari e costruttivi, quindi dovete esprimervi in un modo che risulti accettabile e in linea con i loro valori. Personalmente, io risponderei qualcosa del genere:
“Credo che gli studi abbiano dimostrato che c’è una correlazione tra sigaretta e una certa tipologia di malattia. Per questo è importante che dall’esterno ci sia un quadro legale chiaro, come ad esempio la limitazione del fumo nei luoghi pubblici; e che all’interno dell’azienda ci sia invece un codice di condotta etico senza se e senza ma. Ad esempio, l’impegno di non promuovere il fumo presso i minorenni. Se le regole sono chiare, una persona è nelle condizioni di scegliere liberamente se fumare o meno, in modo responsabile”.
Una risposta di questo tipo dice qualcosa di voi: che quando vi troverete di fronte a una situazione difficile, al lavoro, avrete il coraggio di dare un feedback strutturato, anche se non necessariamente piacevole. O che se qualcuno in famiglia dovesse confrontarvi sulla vostra scelta di lavorare per una multinazionale del tabacco, avrete la forza di difendere il vostro punto di vista in maniera equilibrata. E guarda a caso, il “coraggio” è un’altra delle qualità ricercate da Philip Morris.

4. Le persone chiave

Sempre sul sito internet dell’azienda, troverete anche il capitolo “About Us” o il “Chi siamo”. Se è vero che un’organizzazione cerca di assumere persone che corrispondano alla filosofia aziendale (il 43% dei selezionatori ritiene che la qualità più importante di un candidato sia l’allineamento alla cultura d’azienda), è anche vero che, alla fine, sono le persone che fanno l’organizzazione.
È quindi utile vedere chi sono gli executive, il CEO, il presidente, e altre persone in posizioni chiave della società per la quale vorreste lavorare, e fare un po’ di sano stalkeraggio. Cercateli su Twitter, leggete i loro post su LinkedIn, cercate di capire cosa pensano, cosa apprezzano e perché.
Non sempre è facile: se cercate Urs Schaeppi, il CEO di Swisscom, troverete pochissime informazioni di prima mano. Il suo account LinkedIn non ha neppure una foto o un curriculum. Qualche intervista qua e là vi può indicare che dev’essere un amante della montagna (i suoi hobby sono lo sci e la mountain bike), ma nulla di più rilevante.

5. L’identità del selezionatore

Una sottocategoria delle persone chiave sono le persone che incontrerete al colloquio.
Ho molti amici che alla domanda “Chi incontrerai?”, mi guardano spaesati. Non lo so. Andreste al cinema infilandovi nella prima sala che vi capita, senza conoscere il titolo del film? No. E allora perché accettate con karmica rassegnazione il fatto di non essere stati informati su nome e ruolo delle persone che vi faranno un colloquio?
Il mio consiglio è quello di chiedere cortesemente questa informazione: fa parte della vostra preparazione per il colloquio. Detto questo, un’azienda che non ritiene necessario comunicare il nome dei selezionatori manca di creanza al meglio o è assolutamente amatoriale al peggio. Incominciamo male, mi direi io.
A ogni buon conto, qui ci addentriamo in un terreno minato.
Ogni informazione raccolta può portarci oltre il punto di equilibrio, tra ciò che è interessante sapere e ciò che ci farà inevitabilmente comportare in maniera innaturale.
Un esempio concreto: prima del colloquio che feci per una posizione che poi ottenni, non riuscii a raccogliere molte informazioni sul mio selezionatore (e futuro capo). Una cosa l’avevo però trovata: faceva parte di una commissione cantonale per la prevenzione dell’alcolismo. Era un alcolista anonimo? Lo faceva per networking? O semplicemente, da vallesano DOC, conosceva i danni dell’alcool sulla popolazione? Non mi era dato saperlo.
Durante il colloquio, decisi comunque di giocare questa carta e feci appello all’unica esperienza che avevo avuto nella gestione di un caso di alcolismo sul posto di lavoro, con la speranza di segnare qualche punto in più sul tabellone del “questo è un bravo ragazzo”. Il mio jolly si rivelò essere un pericoloso due di picche, perché mi portò su un terreno nel quale lui era un esperto e io un emerito ignorante. L’informazione è importante, ma la padronanza di un argomento lo è di più.
Per concludere, e a rischio di sembrare lapalissiano, mi auguro che a nessuno venga in mente di far riferimento alla ricerche effettuate sulla persona quando in sua presenza. Se il selezionatore dovesse dire, per altro poco professionalmente, “Capisco la sua situazione, anch’io ho un bambino appena nato che non mi fa dormire la notte”, non è consigliato rispondere “Lo so, ho visto la sua foto su Facebook. Giulietto, giusto?”. Ecco: no. TMI – Too much information, come dicono gli amici americani.

Le conoscenze linguistiche

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In un mondo sempre più globalizzato, la conoscenza delle lingue assume un’importanza sempre maggiore, al punto che… la si dà per scontata. Per questo motivo, può essere utile adottare dei sistemi di notazione riconosciuti a livello internazionale per valorizzare le proprie competenze. E tra l’altro: non dimenticate di indicare anche la vostra lingua madre.

La scala di riferimento europea

L’Europa si è dotata di un Quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue (QCER), con lo scopo di descrivere il livello di padronanza di una lingua. I livelli sono 6. Vediamo quali:
A1 – Livello di base
È l’equivalente delle… beh…  “conoscenze di base”: non lo menzionerei neppure nel CV.
A2 – Livello elementare
È l’equivalente delle “conoscenze scolastiche”. Si comincia a fare conversazioni semplici su argomenti comuni. Non sempre è utile menzionarlo nel CV.
B1 – livello intermedio
È l’equivalente di “conoscenze discrete”. La persona è in grado di scrivere testi semplici e di parlare delle proprie esperienze; è il livello minimo richiesto dalla maggior parte delle scuole universitarie.
B2 – livello intermedio superiore
È l’equivalente di “buone conoscenze”. La persona capisce le conversazioni tecniche nel proprio dominio di competenza, può scrivere testi argomentativi e si esprime in modo naturale.
C1 – Livello avanzato
È l’equivalente di “conoscenze molto buone”. La persona è autonoma in ogni ambito (sociale, professionale e accademico), sa scrivere testi complessi e parla in modo sciolto.
C2 – Livello di padronanza della lingua in situazioni complesse
Questo e solo questo è l’equivalente di “ottime conoscenze”. Troppo spesso vedo dei B1 che pensano di avere una padronanza ottima solo perché capiscono il 70% di una conversazione. Al livello C2, la persona ha una conoscenza simile a quella di un nativo (e a volte persino superiore, per quanto riguarda la grammatica) ed è in grado di cogliere le più sottili sfumature di significato e i giochi di parole, anche in situazioni complesse

Le certificazioni

Per eliminare ogni dubbio sul vostro livello di conoscenza di una lingua, l’ideale è poter fornire una certificazione linguistica riconosciuta.
In questo ambito, negli ultimi anni abbiamo assistito a una democratizzazione dei processi di certificazione. Istituti prestigiosi come il Goethe hanno stretto degli accordi con aziende che offrono dei test “paralleli” che hanno come obiettivo quello di valutare il livello di conoscenza di una persona, senza necessariamente certificarne le competenze.
Il più popolare è probabilmente il BULAT, che permette di testare le conoscenze in spagnolo, francese, inglese e tedesco. Potete trovare qualche informazione supplementare qui.
Se non avete una certificazione e non intendente farne una, il mio suggerimento è quello di utilizzare comunque il quadro di riferimento europeo. Online troverete parecchi test di orientamento, soprattutto legati a delle scuole di lingua: non valgono come attestato (e quindi non vanno citati nel CV) ma per lo meno vi daranno un’idea più precisa del vostro livello linguistico e di come notarlo nel curriculum.

Le esperienze all’estero

Qualsiasi esperienza professionale o di studio all’estero è sempre da menzionare, idealmente  nello stesso posto dove indicate le conoscenze linguistiche. A noi selezionatori colpisce sempre… e ci piace distinguere tra il tipo da Inghilterra e quello da San Diego 😉
Ad esempio:
Francese: Conoscenze molto buone (livello C1)
Era la mia lingua ufficiale di lavoro, per tre anni, presso France Telecom.

E voi, quante lingue mettete nel curriculum? Ce ne sono che è meglio non menzionare, a vostro avviso? E se sì, perché?

 

Ringraziare per il colloquio

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Avete passato tre giorni a prepararvi per il colloquio, leggendo tutto l’archivio del mio blog (tra le varie cose). Avete dato il 100% di voi stessi e anche qualcosa di più, tanto che, uscendo dall’ufficio, avete provato per un attimo quel sentimento di soddisfazione che vi rende sicuri di avere tutte le carte in regole. Insomma: missione compiuta!
Non proprio: missione quasi compiuta.
Manca ancora qualcosa di importante che, come tutte le cose importanti, è oggetto di grandi discussioni: dovete ancora inviare un email di ringraziamento per il colloquio.

I punti essenziali

L’email è il canale di comunicazione privilegiato. L’unico, direi. I bigliettini scritti a mano mandateli solo se volete uscire a cena con il vostro selezionatore (e solo dopo che vi ha detto no per il posto).
Il messaggio va inviato entro 24 ore dall’incontro e a orari non sospetti: l’ideale è sul mezzogiorno o verso le 19 di sera.
In questo modo, non sembrate pazzi squilibrati che scrivono alle 3 del mattino e neanche lazzaroni opportunisti che usano il tempo di lavoro retribuito da un’altra azienda per mandare messaggi privati alla concorrenza.

Un esempio

Egregio signor Trombin Valente,

1. Banalità: siate formal-professionali

ci tengo a scriverle due righe per ringraziarla del tempo che mi ha dedicato oggi pomeriggio. Per quanto ci si possa sentire preparati, un colloquio è pur sempre un’occasione che può diventare stressante; per questo motivo, ho apprezzato particolarmente la sua capacità di creare un ambiente favorevole alla discussione, in cui mi sono sentito a mio agio e ben accolto.

2. Niente ringraziamenti qualunquisti: attirate l’attenzione del vostro interlocutore mettendo l’accento su un suo comportamento/una sua capacità che avete apprezzato

Le spiegazioni che mi ha fornito sui valori della vostra azienda e sulle principali responsabilità del Gestore Qualità mi hanno confermato l’impressione che avevo avuto leggendo il bando di concorso: la posizione rappresenta una bella opportunità e credo che il mio profilo corrisponda bene a quanto ricercate.

3. Richiamate il ruolo per il quale avete avuto il colloquio e cercate di creare un legame tra le sue responsabilità e il vostro profilo

Come ho avuto modo di spiegarle, alcune mansioni mi sono già familiari, in quanto presso la Clinica della Beata Innocenza mi occupo attualmente di tutte le segnalazioni dei pazienti e degli eventuali richiami.

4. Questa frase serve a ricollocarvi: è molto probabile che il selezionatore abbia incontrato più candidati, magari per posti molto diversi. Ricordategli qualche elemento del vostro percorso professionale.

Ho preso nota del fatto che intendete concludere il processo di selezione entro la fine del mese: rimango quindi nell’attesa di una comunicazione da parte sua e la ringrazio nuovamente per la sua disponibilità. Non esiti a contattarmi se dovesse necessitare qualche informazione supplementare.

5. Oltre a servire da chiusura, l’ultimo paragrafo inserisce un reminder nell’agenda mentale del selezionatore che cercherà di rispettare i tempi convenuti nel corso del colloquio.

Cordialmente,

6. È un messaggio elettronico, con l’obiettivo di comunicare quattro concetti: grazie, ho apprezzato il colloquio, penso di essere la persona giusta, spero che sceglierete me. Quindi niente espressioni ampollose e distinte.

Che ne dite? Il selezionatore dovrebbe rispondere? Voi cosa fareste? Qual è la vostra esperienza?