Le offerte di lavoro false

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In tempi di notizie che sono bufale e di nipoti che non sono tali, non stupisce il proliferare di offerte di lavoro palesemente false.
La comodità di rispondere online e il fatto che, sotto sotto, ci piace sperare che ci andrà bene, porta ad abbassare la guardia di fronte a quelle che sono vere e proprie frodi.
L’obiettivo dei malintenzionati è di approfittare di coloro che sono alla ricerca di un impiego, convincendoli a fornire informazioni personali (spam), dati finanziari (phishing) e pagamenti in denaro.
Vorrei condividere con voi un paio di consigli per riconoscere le false offerte di lavoro e, quindi, evitarle.

Se vi chiedono soldi, gatta ci cova

Il collocamento di personale è soggetto a un quadro legale specifico e a delle autorizzazioni statali, sia in Svizzera che in Italia: le agenzie invieranno la fattura sempre e solo alle aziende che le hanno mandatate.
Non possono chiedere soldi al candidato – neppure per fantomatiche spese amministrative, per formazioni obbligatorie, eventuali visite mediche o acquisti di accessi prioritari a qualche illusorio database.
Quindi: non eseguite mai nessun tipo di pagamento in denaro.

L’annuncio anonimo puzza di bruciato

Per le aziende, qualsiasi tipo di annuncio, anche in formato elettronico, costa soldi. Per questo motivo, il datore di lavoro (ma anche l’agenzia di collocamento) ha tutto l’interesse a rendere il proprio marchio ben visibile: la ragione sociale, il logo, persino una descrizione dell’azienda sono normalmente inclusi nell’annuncio. Se queste informazioni mancano, c’è qualcosa di sospetto.
Oltre a ciò, sembra banale dirlo, consiglio di non prendere in considerazione annunci con solo un numero di telefono o un email non professionale (come ad esempio luigi.bianchi@gmail.com).
Quindi: diffidate dell’anonimato.

I vostri dati sono importanti

Compilare dei formulari con i vostri dati personali non va mai fatto alla leggera.
La promessa di un contatto potrebbe rivelarsi solo un modo per carpire dati personali e inviare spam al vostro indirizzo email.
È buona prassi non utilizzare mai la stessa password nel creare questo genere di conti, in quanto i malintenzionati potrebbero cercare di associare la vostra password ad altre informazioni, più sensibili, che hanno raccolto su di voi, come ad esempio il login della vostra posta elettronica.
Infine, se avete ricevuto l’offerta via email, verificate i dettagli del mittente. Questa è una regola di base per evitare di essere vittima di phishing.
Esempio:
Il nome visualizzato è “Recruitment Apple”.
I dettagli mostrano l’indirizzo “recruitment@my-apple.org”, che è palesemente falso.
Quindi: Non fate le cose di fretta, controllate sempre tutto bene.

Troppo bello per essere vero

In generale, gli annunci che millantano brillanti prospettive di facili guadagni o l’accesso a mercati del lavoro dove l’immigrazione è fortemente regolamentata (come ad esempio quello degli Stati Uniti) sono sempre sospetti.
Paradossalmente, oltre al tipico phishing di dati o al tentativo di estorcere denaro, non è raro imbattersi nella casistica delle “esche” commerciali: iniziano con il proporti una posizione di “sales account nell’ambito della promozione culturale” e finiscono col cercare di convincerti ad acquistare un enorme inventario di libri… oltre al danno, anche la beffa.
Quindi: l’unica enciclopedia che vi serve veramente è wikipedia.

Avete già risposto a annunci falsi o tendenziosi? Cosa avete fatto? Avete pensato di denunciarli alle autorità?

 

Il colloquio situazionale

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Nel colloquio situazionale, il selezionatore vi farà domande incentrate sui vostri comportamenti in situazioni lavorative (e non) avvenute nel passato. È una modalità di colloquio conosciuto anche con il termine inglese di “Behavioral interview”.
L’obiettivo è quello di cercare di comprendere le competenze del candidato in situazioni concrete, senza sconfinare nella dimensione ipotetica, dove spesso le persone rispondono in maniera teorica.

La struttura delle domande

Se il vostro interlocutore ha una buon padronanza delle tecniche di selezione, cercherà di restringere il campo e di ancorare la vostra risposta a un intervallo di tempo preciso. È possibile che lo faccia per aiutarvi a trovare un esempio pertinente, o per impedirvi di generalizzare, o semplicemente perché vuole capire meglio certe dinamiche.

Ad esempio:
“Qual è stato il progetto più impegnativo di cui si è occupato negli ultimi 6 mesi?”

Inoltre, difficilmente vi farà due domande alla volta. Aspetterà sempre che rispondiate alla prima domanda, per poi farvene un’altra: da una parte, per evitare di confondervi, dall’altra per non darvi l’occasione di scegliere di rispondere parzialmente.

Ad esempio:
A. “Durante il suo percorso di master, ha avuto l’occasione di fare dei lavori di gruppo?”
B. “Sì, la tesi finale era un lavoro di ricerca a gruppi”.
A. “In quanti eravate?”
B. “Con me, quattro. In realtà eravamo in cinque, ma poi una ragazza ha lasciato per ragioni personali, e quindi siamo rimasti in quattro”.
A. “Può descrivermi l’esperienza?”

Siate specifici

Nell’esempio precedente, potete notare che ho appositamente evitato risposte laconiche del genere “Sì/No”. Siate specifici ma non aridi. Date sempre qualche informazione per collocare la risposta ma evitate di fare appello ai massimi sistemi.
La generalizzazione, infatti, è il modo peggiore di rispondere a domande situazionali. Gli studi in questo ambito hanno ampiamente dimostrato che si generalizza soprattutto quando non si padroneggia la competenza su cui verte la domanda.

Ad esempio:
A. “Prima ha menzionato che diversi suoi colleghi hanno lasciato l’azienda perché non andavano d’accordo con il vostro nuovo capo. Per quanto la riguarda, le è successo di avere dei problemi con lui?”
B. “In generale, se una persona dovesse avere  un problema con il proprio capo, credo che sarebbe importante che gliene parlasse in modo aperto. Potrebbe chiedergli un colloquio, in un momento in cui c’è meno lavoro, e affrontare la questione serenamente. Il dialogo è molto importante.”

Questa risposta non risponde: all’intervistatore interessa ciò che avete fatto voi, non quello che si dovrebbe fare in generale. Sebbene la risposta, dal punto di vista teorico, è ben formulata, non date nessuna garanzia che sapreste comportarvi in questo modo.
Personalmente, una frase di quel genere, io la traduco così: “Sì, ho dei grossi problemi con lui, non lo sopporto più, ed è per questo che sono a questo colloquio; ma so che non devo parlare male del mio datore di lavoro, per cui generalizzo con bei concetti che però non applico, nella speranza che lei non insista troppo. Potrei mettermi a piangere”.

3 consigli

Per riassumere, ecco quindi tre aspetti a cui prestare attenzione (e a cui presterà sicuramente attenzione chi vi sta intervistando):

  • evitate di utilizzare espressioni generalizzanti come “solitamente” e “in genere”;
  • non parlate al condizionale (“se mia nonna avesse avuto le ruote, io sarei un tram”);
  • preferite sempre la prima persona singolare: “io penso”, “ciò che ho fatto è…” ecc.

Ha qualche domanda per me?

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Verso la fine del colloquio è possibile che l’intervistatore vi chieda se avete qualche domanda per lui. Rispondere di no, a mio avviso, non è l’opzione migliore. Tuttavia ci sono domande più opportune di altre.

Cosa NON chiedere

Eviterei due tipologie di domanda: quella candida (e fastidiosa) del genere “Allora, come sono andato?”, fastidiosissima già nell’intimità del letto, figuriamoci in ufficio; e quella pragmatica (ma ansiogena per l’intervistatore) sugli orari di lavoro, le vacanze e le pause.
La prima è mal interpretabile in così tanti modi che proprio l’eviterei. Noi che siamo dall’altra parte del tavolo cerchiamo di sbilanciarci il meno possibile: una domanda diretta di questo tipo, ci obbliga a rispondere con frasi fatte e banalità. Può essere imbarazzante per entrambe le parti. Se siete la perla rara, non preoccupatevi: ve lo faremo capire senza bisogno di chiedercelo!
La seconda, invece, rischia di veicolare il messaggio che siate poco flessibili: è un vostro sacrosanto diritto avere un’idea degli orari, ma congedarsi su una discussione di quanti minuti di pausa avete per il caffè e a che ora è limitativo. Al limite, suggerirei di formulare questa richiesta con qualcosa del genere “Può darmi qualche indicazione su come è organizzata una normale giornata di lavoro?”. Il fatto di dire “normale” sottintende che siete pronti ad adattarvi quando invece le cose non vanno come previsto.
Le domande intelligenti
Tra le varie domande che mi sono state poste nel corso degli anni, ce ne sono due che ricordo come positive per l’impressione che mi hanno lasciato della candidata:
Domanda 1
A lei personalmente, cosa piace di più di questa azienda?

Wow. Le parti si ribaltano e all’intervistatore è data la possibilità di condividere qualcosa con voi a un livello più personale: in fondo, gli state chiedendo come si sente. Le persone che lavorano al servizio risorse umane dovrebbero essere in grado di “vendere” l’azienda: se percepite imbarazzo o difficoltà nell’elencare alcuni aspetti positivi, state pur certi che ci dev’essere un problema da qualche parte.
Personalmente, menziono i risultati principali dell’ultima indagine di soddisfazione dei collaboratori: metto in avanti i punti positivi ma cito anche la principale problematica, nel caso specifico i carichi di lavoro importanti. Come si dice, candidato avvisato, mezzo salvato 🙂
Domanda 2
Mi può dire qualcosa di più sulla persona che occupa la posizione in questo momento?
Bisogna essere piuttosto sicuri di sé per porre una domanda così, ma è una questione fondamentale: scoprirete se la persona è stata promossa, o licenziata, o se ha dato le dimissioni e dopo quanto tempo, oppure se è andata in pensione.
Queste informazioni possono esservi utile per avere un’idea sulle possibilità di carriera, sulle probabili interazioni, sul livello di accettazione che troverete dalla parte dei colleghi, e persino sul tipo di personalità/competenze ricercate.

E voi? Che tipo di domande fate?

 
 

L'attestato di lavoro in Svizzera

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In Svizzera, alla fine del rapporto di impiego, il datore di lavoro è tenuto a fornire al collaboratore un attestato di lavoro.
I contenuti, relativamente simili a una lettera di raccomandazione, non devono però trarre in inganno: non si può scrivere ciò che si vuole, in quanto la giurisprudenza definisce in maniera piuttosto precisa i contenuti dell’attestato.

L’attestato di lavoro “intermedio”

In ogni momento la collaboratrice o il collaboratore può richiedere un attestato di lavoro intermedio. Naturalmente, questa richiesta viene spesso interpretata come un’intenzione di cercare un altro impiego. Questo è solo uno dei motivi per cui è consigliabile chiedere un attestato intermedio; gli altri sono:

  • cambio di funzione;
  • cambio del superiore diretto (capita non di rado che con il nuovo capo il rapporto cambi, a volte in peggio);
  • licenziamento/riorganizzazione, per cui c’è il bisogno da subito di cercare un’altra opportunità professionale;
  • iscrizione a certe formazioni che richiedono la presentazione di un dossier aggiornato.

L’attestato di lavoro “completo”

Il datore di lavoro dovrebbe consegnare l’attestato l’ultimo giorno di collaborazione: di solito, infatti, il documento è datato rispetto alla fine del contratto (anche se, in realtà, sarebbe meglio mettere la reale data di stesura). Il collaboratore ha il diritto di richiederlo nel caso non lo riceva; questo diritto decade dopo dieci anni dalla fine del contratto.
L’attestato deve contenere almeno queste informazioni:

  • i dati anagrafici del collaboratore (ci si limita di solito a nome, cognome e data di nascita; in passato era d’uso comune menzionare anche la nazionalità e il luogo di attinenza o di origine);
  • le date di inizio e fine del rapporto di lavoro, nonché l’indicazione temporale riguardante ogni cambiamento di funzione;
  • le funzioni e le attività svolte dal collaboratore;
  • una valutazione in termini qualitativi e quantitativi sulle prestazioni e sul comportamento del collaboratore;
  • i dati dell’azienda e firme giuridicamente valide (meglio se due).

L’attestato di lavoro “limitato”

Secondo il Codice delle obbligazioni svizzero, “A richiesta esplicita del lavoratore, l’attestato deve essere limitato alla natura e alla durata del rapporto di lavoro.” (CO Art. 330a, §2). In pratica, quando l’attestato non è soddisfacente o quando le parti non si sono accordate sui contenuti, può essere utile chiedere solo un documento che attesti funzione e periodo di collaborazione.
Non è visto molto bene dal futuro datore di lavoro: aspettatevi qualche domanda a tale proposito, nel caso di un colloquio di assunzione.

Il principio di benevolenza

L’attestato deve essere redatto secondo un principio di benevolenza: in pratica il tenore non può essere negativo e non deve nuocere alle possibilità del collaboratore di trovare un nuovo impiego. Ma attenzione: il datore di lavoro non può violare l’obbligo di veridicità, per cui fatti gravi e persino gli stati di salute direttamente legati allo scioglimento del contratto possono essere riportati. Qualche esempio:

  • un camionista con dipendenza da alcool;
  • una cassiera che ha rubato sistematicamente nella cassa (un solo furto isolato giustificherebbe il licenziamento ma menzionarlo nell’attestato può essere discutibile);
  • un muratore che è rimasto in infortunio per due anni e che ora è a beneficio di una rendita dell’assicurazione invalidità.

I codici nascosti

Codificare l’attestato di lavoro è illegale, ma ci sono alcune formulazioni standard che sono entrate nell’uso comune e non significano esattamente ciò che sembrano dire. Non sempre, inoltre, chi redige (e chi legge) questi documenti conosce i codici, per cui il tutto è da prendere con le pinzi. I codici più comuni sono:

  • Lascia la nostra azienda di comune accordo: è stato licenziato
  • Ha svolto le sue mansioni a nostra soddisfazione: non era un granché
  • Ha intrattenuto buoni rapporti con clienti e colleghi: probabilmente non andava d’accordo col capo
  • Si è sempre impegnato molto a raggiungere gli obiettivi: ma poverino, proprio non ce la faceva
  • Persona aperta e sociale, dedicava molto tempo ai clienti: perdeva tempo in chiacchiere

K.E K.Z.O D.C: gli acronimi nel C.V.

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Questa ve la lascio cercare su Urban Dictionary, se vi incuriosisce sapere cosa vuol dire FML…

Tutti noi ci siamo trovati confrontati alla difficoltà di capire un acronimo, ovvero una parola formata con le iniziali di altre parole; una sigla, se vi sembra più comune. Per questo motivo, non ci dovrebbe essere difficile immaginare che quegli stessi acronimi possano risultare ostici al lettore del nostro Curriculum Vitae (CV è anche un acronimo, ma ormai è praticamente universale; in inglese, però, non vi capirebbero: si dice “Resume”).
Ricordo le mie prime settimane di lavoro nell’industria chimica: a ogni riunione prendevo nota delle decine di oscure sigle che sentivo proferire dai colleghi e poi, discretamente, andavo a cercarle, nella speranza che fossero abbreviazioni internazionali. E invece no: a volte volevano dire cose differenti anche tra Divisioni della stessa azienda…

La vostra missione: farvi capire

Considerate che non sempre chi farà la prima selezione delle candidature è un esperto nel vostro settore (anzi: è spesso più vero il contrario). Tenete presente che il vostro obiettivo è comunicare e di farvi capire, quindi regolatevi di conseguenza.
Ad esempio:
Responsabile dell’UCPA e SPOC per la REA/BLS.
Mi fa piacere NON capire che eri il responsabile dell’Unità di Cure Post Anestesia, e Single Point of Contact per quanto riguardava le operazioni di rianimazione e di Basic Life Support. Grazie per aver pensato a me, povero recruiter annoiato che così potrà ingannare il tempo, risolvendo i rebus del tuo CiVì…

La sigla giusta al posticino giusto

Uno dei vantaggi degli acronimi, invece, è che evitano la ridondanza di espressioni, spesso di origine inglese, che rischiano di appesantire il CV, lasciando così più spazio a ciò che conta veramente. In questo caso, il criterio è semplice: usate l’espressione la prima volta e mettete la sigla tra parentesi. Da lì in avanti, potete utilizzare l’acronimo.
Ad esempio:
Supervisione del team di Business Intelligence (B.I.)
Programma di gestione delle relazioni con i clienti (CRM-Customer relationship management).

Le ricerche automatizzate

Nelle grandi aziende, per forza di cose, abbiamo dei software di gestione delle candidature che ci permettono di fare delle ricerche di parole chiave direttamente nel testo dei documenti allegati.
Ciò significa che un acronimo potrebbe farvi perdere la possibilità di essere trovati, anche se di uso comune come R&D. In questo caso, il mio consiglio è di scrivere da qualche altra parte Research & Development, con lo spazio, in modo che se la ricerca è basata su “Research” (il gioco di parole non era voluto), la vostra candidatura uscirà nella lista dei risultati.
Ad esempio:
Responsabile dipartimento Research & Development (R&D)
Supervisione di tutte le attività di R&D nell’ambito dei pigmenti e di altri effetti tessili.

Quali sono le sigle più bizzarre che avete visto nella vostra carriera? Sbizzarriamoci nei commenti qui sotto…

 
 
 

Il mio punto debole

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All’inferno, c’è un girone apposta dedicato ai recruiter che chiedono ancora ai candidati i loro punti deboli. Ma in questa valle di lacrime in cui viviamo, dovete comunque essere pronti a rispondere a questa domanda.

Darsi la zappa sui piedi

Cominciamo con lo sfatare qualche mito: il difetto che in realtà è positivo non funziona più. Due esempi: “Sono troppo pignola”, detto da una contabile. “A volte lavoro troppo”, ad un colloquio per un posto in un’azienda giapponese. Dai, non prendiamoci in giro.
Ormai abbiamo sentito questo disco tante di quelle volte che ci fa sollevare gli occhi anche a noi che abbiamo fatto la domanda.
Non per questo, però, dobbiamo essere sprovveduti e sparare un punto debole che inneschi le sirene d’allarme, genere: “Ho un caratteraccio e litigo spesso con i colleghi, ma non sono cattivo eh, anche la mia terza ex moglie diceva che era solo una questione di carattere… ormai sono fatto così”.
In base alle competenze ricercate dalla posizione, selezionate uno o due aspetti con i quali avete veramente qualche problema, ma che non influenzeranno in modo determinante le vostre chance di assunzione. Punti deboli, quindi, non crateri.

La voglia di migliorare

Una buona risposta ha due parti: prima di tutto, una breve descrizione fattuale della debolezza. Non metteteci troppi sentimenti: limitatevi a descrivere ciò che vi capita, senza cadere nello psicoanalitico (quindi no: “Non mi piace lavorare da solo perché quando avevo quattro anni sono stato abbandonato dai miei genitori”).
In seconda battuta, portate la prova di ciò che avete intrapreso per migliorarvi. Una delle metacompetenze più apprezzate è l’agilità d’apprendimento: dimostrare che si ha coscienza di un proprio limite, che si è capito qual è il problema, e che si sta cercando di migliorarsi. Può essere un corso, o un coaching, o semplicemente una messa in situazione che risulta sfidante rispetto alla vostra debolezza: evidenziare la vostra voglia di migliorare farà un’ottima impressione sul vostro interlocutore.

Un esempio?

Un punto debole ben formulato potrebbe risultare così:
“Mi innervosisco quando devo parlare in pubblico. Per questo mi sono messo come obiettivo di presentare una volta al mese l’andamento dei progetti ai quadri del mio servizio. Non mi riesce sempre naturale, ma piano piano mi accorgo di sentirmi maggiormente a mio agio”.
Mi sentirete spesso dirlo: non tutte le competenze sono uguali. Allo stesso modo, ci sono difetti facili da correggere e difetti invece che richiedono molto più tempo e molto più sforzo.
Ad esempio, c’è una grossa differenza tra “Mi innervosisco quando devo parlare in pubblico” e “Sono molto timido e mi fa paura parlare in pubblico”. Sembrano la stessa cosa, ma la prima affermazione è facile da correggere, con un po’ di esercizio; la seconda dà l’impressione di essere più intima, più legata alla personalità, e quindi più difficile da migliorare.
Cercate quindi di evitare delle caratteristiche troppo legate al carattere.

E adesso, facciamo un gioco: elenchiamo i nostri difetti da intervista?!

Fare un colloquio via Skype

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Alle nostre latitudini, fare un colloquio in videoconferenza è piuttosto inusuale. Ma può succedere. Personalmente, ne ho condotti diversi, soprattutto con medici che lavoravano all’estero. In base a queste esperienze, penso di poter dare alcuni consigli utili, a cominciare dal primo: preparatevi come se fosse un colloquio in carne ed ossa. Vediamo come.

Skype: quello sconosciuto

Skype (ma non solo) è prima di tutto un software di videoconferenza, ma è importante conoscerne tutte le funzioni, come ad esempio la condivisione dello schermo, l’invio e la ricezione dei documenti, la chat e, soprattutto la parametrizzazione: verificate in anticipo che il microfono funzioni e che l’immagine sia chiara (che ci sia luce! e attenzione alle lampade alogene, che hanno tendenza a mandare in tilt i sensori di luminosità).
L’ideale è utilizzare un computer/laptop; se avete l’intenzione di skypare con telefonino o tablet, assicuratevi che siano su un supporto stabile (= non tenetelo in mano). Io consiglio inoltre di utilizzare sempre le cuffie: danno meno problemi di riverbero

A me gli occhi

Per chi seleziona, un colloquio in videoconferenza toglie moltissime possibilità di analisi, per cui le poche cose che può notare, bisogna farle bene: riordinate l’ambiente in cui sarete, rendendolo inaccessibile a mariti in mutande, cani infoiati o bambini che piangono. Vestitevi bene, cercando di riprodurre l’ambiente di un vero colloquio (e non cedete alla tentazione di vestirvi solo a metà, che poi per qualche ragione vi dovete alzare e… imbarazzo). Annuite con la testa e rimanete sempre composti, pendendo leggermente in avanti verso la telecamera (per dimostrare interesse; il contrario? stravaccarsi sulla sedia, con le mani dietro alla testa).
Inoltre, ed è importante, allenatevi a fare una cosa poco naturale: non guardate il volto del vostro interlocutore, bensì focalizzatevi sulla vostra telecamera. Solo in questo modo, darete l’impressione di rivolgervi alla persona, guardandola negli occhi.

Candidato preparato, mezzo intervistato

In sintesi, la preparazione è la chiave del successo, soprattutto quando avete la possibilità di esercitare un maggiore controllo sul vostro ambiente (luci, inquadrature, rumori ecc.). Questo vi aiuterà a concentrarvi sugli aspetti meno intuitivi del colloquio e a evitare distrazioni (genere mettersi a leggere la posta sul computer, mentre si è in videoconferenza, così, per abitudine).
Non dimenticate infine di raccogliere informazioni sulla posizione e sull’azienda, come avreste fatto in un colloquio “normale”.

Già avuto colloqui in videoconferenza? Da una parte o dall’altra? Condividete la vostra esperienza!

 
 
 

La paura prima del colloquio

Per molti, presentarsi a un colloquio di lavoro è come andare dal dentista.

I momenti che precedono l’incontro trasudano (in tutti i sensi) nervosismo e stress. Il nostro corpo, in situazioni come queste, reagisce sempre alla stessa maniera. Non possiamo intervenire più di quel tanto sulla natura, ma prenderne coscienza può aiutare a gestirsi meglio.

Una overdose di adrenalina

La nostra prima reazione in quanto esseri umani, di fronte a situazioni sfidanti, è iniettare nel sangue una bella dose di adrenalina: il battito cardiaco accelera, il sangue porta più ossigeno, le pupille si dilatano e scrutano ogni possibile fonte di pericolo. Siamo pronti allo scatto (e alla fuga).
Succede anche nei minuti prima di un colloquio, per cui il consiglio è di evitare assolutamente caffè, bibite con caffeina e anche la sigaretta (la nicotina stimola l’apporto di adrenalina).
Se ne avete la possibilità, scrollatevi un po’ per far risalire il sangue dalle gambe, dove tende a rendersi utile (pronti allo scatto). Nei colloqui, a parte in certe esperienze che spero non vi capiterà di fare mai, l’afflusso di sangue è utile solo al cervello. Da nessun’altra parte.

A me gli occhi

Inoltre, quando si è nervosi, si ha tendenza a cercare il pericolo con gli occhi, che diventano un po’ ballerini.
Concentratevi e cercate il contatto visivo con il vostro interlocutore: è dimostrato che questo è il modo migliore per decelerare il respiro e, quindi, aumentare la completezza delle frasi.

A bocca asciutta

Un’altra conseguenza dello stato di agitazione pre-colloquio è la bocca secca. Il corpo smette di produrre saliva e questo può portare ad avere l’impressione di aver bisogno di bere, se non addirittura a tossicchiare e a leccarsi le labbra. In realtà, non siete disidratati: semplicemente, siete rimasti a bocca asciutta.
Per ovviare a questo problema, potete mordicchiarvi leggermente la base della lingua, mangiare uno spicchio di limone o, semplicemente, masticare un chewing-gum. Ma mi raccomando: gettatelo prima di cominciare il colloquio (scriverò sicuramente qualcosa su questo argomento, perché ancora troppe persone arrivano nel mio ufficio ruminando come cammelli).

E voi? Avete qualche rituale per diminuire lo stress da pre-colloquio? Qualche consiglio da dare?

Gli scheletri nell'armadio

La sbronza ti sta bene

Abbiamo tutti quell’amico simpaticone che si diverte a postare le foto più imbarazzanti di una festa un po’ sopra le righe. O peggio: siamo noi stessi a trovare la cosa talmente divertente da volerla condividere con tutti, compresi i potenziali datori di lavoro.
Il primo consiglio, che a me sembra banale, è di preoccuparvi di configurare bene i livelli di privacy dei vostri conti social, soprattutto di Facebook. È importante definire CHI può vedere COSA; e ricordatevi: se un amico commenta un vostro post, questo si ritrova anche nei suoi feed, e può essere visibile dai suoi amici (ma potete evitarlo, configurando bene i diritti).
Il secondo consiglio è di mettere un filtro ai tag e a chi scrive direttamente nella vostra bacheca: fate in modo che dobbiate approvare questo genere di intrusione nella vostra vita privata. Decidete voi cosa apparirà sul vostro profilo: non lasciate questo privilegio ad altri.

Una mina di informazioni

Negli Stati Uniti, dove sono sempre un po’ più avanti quando si tratta di questo genere di mode, più del 90% dei datori di lavoro fa delle ricerche su internet per trovare delle informazioni sui candidati.
Lo faccio anch’io, ma non sistematicamente. Mi capita soprattutto quando c’è un’informazione sul CV che non capisco bene e in preparazione del colloquio. Ad esempio, verifico le attività di un datore di lavoro precedente, oppure cerco di capire se chi ha firmato quella fantastica lettera di referenze è parente del(la) candidat*, oppure lo stesso cognome è un’ironica coincidenza.

Fare pulizia

Oltre a rivedere regolarmente ciò che avete pubblicato sui vostri profili (o ciò che hanno pubblicato gli altri per voi), vi è possibile fare ricorso a dei software e a delle società specializzate nel pulire gli armadi e far sparire gli scheletri.
Un sito utile è Rep’nUp. Tra l’altro, giusto per informazione: cito alcune soluzioni che conosco e con le quali però non ho nessun tipo di affiliazione. Vi consiglio di fare una veloce ricerca online per altri software di questo tipo.
Un’altra app semplice e abbastanza efficace è, ad esempio, Socialsweepster. Analizzerà le vostre foto, proponendo una selezione di quelle che sembrano compromettenti (tipicamente, tutto ciò che ha a che fare con bottiglie e bicchieri). Permette persino di identificare i post con parolacce: non è fantastico, ca%&o?!

Avete mai fatto ricorso a questo genere di software? Funzionano? Cosa fate per salvaguardare la vostra reputazione online?

La foto del CV

Delitto di faccia

In alcuni Paesi, è illegale chiedere una foto del(la) candidat*. Finiti i tempi della segretaria “poliglotta e di bell’aspetto”: una foto può rivelare l’età, la forma fisica, la razza, le peculiarità (i capelli tinti di blu, il piercing al sopracciglio).
Alcuni datori di lavoro, è possibile, utilizzeranno anche questo criterio per selezionare le persone che vogliono incontrare. Altri, invece, come me, apprezzeranno una foto recente e verosimile per ricordarsi meglio della persona e per fare mente locale, dopo l’eventuale colloquio.
Insomma, si ricorda più facilmente un viso che un nome, di solito.

Foto che sì foto che no

In generale, consiglio di mettere la propria foto: non abbiate nulla da nascondere. O meglio, nascondete ciò che non è il caso di mostrare: il bikini, ad esempio.
Vedo decine di CV con foto da spiaggia. Eh no, dai. O con delle pose da selfie su Snapchat: le ragazze, tutte ammiccanti; i ragazzi, tutti tenebrosi.
Non esagerate con i filtri, non lisciatevi le rughe, non allungatevi il volto e per favore: non cerchiate la vostra faccia in mezzo a un gruppo di amici, ad una cena annaffiata di vino, con bottiglie e bicchieri ben in vista (sì, ho visto anche questo).

Che tipo di foto?

La foto deve essere recente. Ma veramente: non recente del genere prima della gravidanza o recente genere prima della calvizia. Non fa buona impressione presentarsi in un modo e rappresentarsi in un altro.
Una foto sobria e sorridente veicola sempre un’immagine di serietà. Quello che potete fare, è evitare la flashata frontale, girando leggermente le spalle o il viso.
Secondo certi studi, inoltre, gli occhiali contribuiscono a dare un’idea di intelligenza: per cui se li portate, non toglieteli per l’occasione. Ma questo vale per tutto, anche per i piercing: insomma, siate voi stess*.

E la vostra foto del curriculum, com’è? Condividete e commentate: sono curioso 😛