Come mi vesto?

Meglio un po’ di più che un po’ di meno

Al mio primo colloquio di lavoro con una multinazionale delle telecomunicazioni, sono andato vestito di tutto punto, con un tre pezzi (panciotto incluso). Il responsabile delle Risorse Umane che mi ha accolto portava una fantastica camicetta hawaiana e, se ricordo bene, anche i pantaloncini corti. Si è subito giustificato, dicendo che era casual friday. E la sua segretaria, mentre mi riaccompagnava, si è sentita in obbligo di precisare che, in generale, il suo capo si vestiva “anche lui” con il completo. Rassicurante.
Un mio ex CEO, dopo aver visto un bravo candidato per un posto di responsabile finanze, lo ha eliminato subito perché era venuto senza cravatta. Un ragionamento semplice e terribile: questo è uno che fa di testa sua e che non è in grado di conformarsi a delle semplici regole sociali. Evidentemente, la creatività è più apprezzata quando si tratta di truccare i conti che quando si scelgono gli abiti.
Quindi: nel dubbio, vestitevi un pelino più eleganti di quello che pensate sia adeguato. Al limite, a un secondo colloquio, potrete adattare l’abbigliamento allo stile generale dell’azienda.

Il consiglio di Coco

Coco Chanel diceva che, prima di uscire, bisogna sempre togliersi l’ultimo accessorio appena indossato. Se per gli uomini il completo è una soluzione passe-par-tout, per le donne è più complicato: non tutto ciò che vi mette in valore è anche adeguato per un colloquio.
Penso ad esempio a un ampio décolleté, che ha soprattutto lo svantaggio di esporre… il collo. Se alcuni uomini, quando nervosi, pezzano la camicia, così alcune donne tendono ad arrossarsi, quando sotto pressione. Alcune lo sanno, e arrivano con la dolcevita anche in agosto, con 36 gradi all’ombra.
Personalmente, trovo fastidiosi i braccialetti che fanno rumore a ogni movimento, ma per il resto ritengo che il modo di vestirsi sia talmente personale che non si possano dare consigli generali. Bisogna però ricordarsi che, proprio per la stessa ragione, il vostro interlocutore potrebbe avere la tentazione di farsi un’idea anche dal modo in cui vi presentate. Insomma, l’abito forse non fa il monaco, ma sicuramente può non fare… l’assunzione.

Per apparire, bisogna soffrire. Anche no.

È importante sentirsi a proprio agio, durante il colloquio. Se non siete abituati a portare la cravatta, si vede. Se di solito non portate il tailleur, idem. Piuttosto che dare l’impressione di essere stati impalat* di fresco, suggerirei di rinunciare a vestiti troppo formali: restate sobri*, evitando comunque jeans e scarpe da ginnastica, a favore di camicie e camicette.
Un’eccezione: se siete giovanissimi, strafate pure. Avremo tendenza a gettarvi un’occhiata quasi affettuosa, ricordandoci di quando anche noi andavamo impacciati ai nostri primi colloqui. Un po’ di sano transfert fa sempre bene.

Avete un ricordo di un momento imbarazzante a causa di un vestito mal scelto? Condividetelo con noi, nei commenti!

In che lingua scrivo?

Lascia o raddoppia

Alcune persone inviano la propria candidatura sia in italiano che in inglese.
A mio parere, è un’arma a doppio taglio: a favore, il fatto che una posizione può avere un reporting funzionale o gerarchico a livello internazionale, per cui un CV interessante può essere inviato direttamente al capo senza bisogno di chiederne la traduzione al(la) candidat*.
Lo svantaggio è che si può dare l’impressione di aver mandato una candidatura molto generale, come se non ci si fosse presi la briga di informarsi sull’azienda: è locale? è una multinazionale? il loro sito in che lingua è? Si rischia insomma di passare per un* che manda curricula a destra e a manca, senza un vero obiettivo. O peggio: che non si sappia fare una scelta su cosa sia meglio mandare.

Do you speak English? Yes, m’arrangi

La lettera di motivazione deve riflettere il vostro livello di competenza linguistica. Non fatela scrivere dall’amico inglese. Quella in italiano, invece, fatela correggere da qualcuno… troppo spesso ricevo candidature con strafalcioni o errori di battitura (“sono una persona precisa e astenta”).
Sconsiglio invece di farla redigere da qualche sapientone che scrive in burocratese. Ricordatevi: una lettera serve a comunicare, se non capisco cosa volete dire, non mi state dicendo nulla.
Per sintetizzare, la regola generale è di rispondere con la stessa lingua dell’annuncio.
Per evitare di dover fare le cose di fretta, è sempre buona cosa avere un curriculum in italiano e uno in inglese, pronto e aggiornato.
Ma attenzione: che non vi salti in mente di mandare un CV in inglese a un’azienda che ha esplicitamente richiesto la documentazione, ad esempio, in francese: le minoranze, soprattutto quando non sono sempre state tali, sono particolarmente sensibili. E parlo per esperienza: candidature spontanee in tedesco, devo veramente sforzarmi per non archiviarle subito verticalmente (nel cestino).

Qual è la vostra scelta? Avete due CV? Siete del genere “qui si parla italiano, lo mando in italiano?”. Mi interessa la vostra esperienza.

Gli hobby nel CV

Dire qualcosa di se stessi

Quando lavoravo come volontario in Burundi, una ragazza era venuta a parlarmi e mi aveva chiesto se, una volta tornato in Europa, avrei potuto pubblicare un suo annuncio di matrimonio su una rivista “seria” (per i millenians: nell’era pre-internet, le pagine di annunci, anche sui grandi quotidiani, erano l’equivalente di Tinder). La cosa che mi fece più sorridere è che, nella descrizione che mi consegnò, scrisse che amava molto il cinema. A Bujumbura non c’erano sale cinematografiche e quasi nessuno, in quel quartiere, aveva la televisione.
Questo per dire cosa? Che “andare al cinema, cucinare e passeggiare in montagna” è come rispondere di avere due piedi alla domanda “qual è la tua principale caratteristica”. Se è vero che il CV deve potermi dire qualcosa di voi, ora ho solo il sospetto che siete la fossa delle Marianne della banalità. L’Everest della noia. Insomma: anche no.

Non tutti gli hobby sono uguali

Personalmente, a me interessa poco di sapere cosa fa un(a) candidat* nel suo tempo libero, ma ci sono alcuni hobby che possono aprire qualche spiraglio di conversazione. Ad esempio, ad un mio amico che collezionava 45 giri su vinile e juke-box degli anni 50 ho suggerito di metterlo, sul CV. A ogni intervista, il recruiter rompeva il ghiaccio facendo un’osservazione su quello che è, evidentemente, un passatempo un po’ particolare.
Ci sono poi hobby che sono più nobili di altri: il volontario in un orfanotrofio, la soccorritrice del servizio ambulanza, l’insegnante di lingua dei segni. In questo caso, il mio consiglio è quello di prestare attenzione all’organizzazione per la quale collaborate: se è troppo profilata politicamente o dal punto di vista religioso, può forse dire qualcosa (di troppo) su di voi e varrebbe la pena quindi restare sul generico.
E infine ci sono gli hobby inerenti alla professione: un educatore sociale che ha fatto il volontario con i ragazzi di strada in Brasile o un graphic designer con la passione della fotografia possono impressionare favorevolmente l’opinione di chi legge.

Professione pericolo

Abbiamo capito che, in definitiva, l’importante è non fare una lista di cose che ci piacciono, ma piuttosto identificare quali, tra le proprie passioni e passatempi, possano dare un vantaggio competitivo al curriculum.
Per questo, può essere utile adattare gli hobby anche rispetto alla posizione che vi interessa e per il tipo di azienda che la offre: alcune aziende hanno un taglio più tradizionale (una banca), altre più creativo (la start-up che crea app).
E a proposito di creatività: a mio parere, è meglio evitare di segnalare hobby troppo pericolosi. Se leggo parapendio acrobatico, motocross o anche il più innocente rugby, vedo subito le mie statistiche di infortunio peggiorare drasticamente. Preoccuparmi per le eventuali assenze di una collaboratrice o di un collaboratore che non ho neanche ancora incontrato… non è un punto a suo favore.

Piccola statistica: chi di voi include gli hobby nel CV?