Pensioni e dolori

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Sembrano finiti i tempi in cui l’età del pensionamento era lo spartiacque tra una vita degna di esser vissuta e una inutile attesa nell’anticamera della morte. Oggi si guarda alla pensione come a un momento privilegiato di cambiamento, in cui potersi dedicare ai propri hobby e ai propri cari.

Ci siamo abituati, insomma, all’idea che la pensione ce la siamo meritata.
Ma non è sempre stato così. Anzi.

Il vero concetto di fondo pensione

In Italia, l’INPS ha un nome che rispecchia la nostra concezione attuale di pensione: Istituto Nazionale della Previdenza Sociale. Si parla di “previdenza”. Quella è che meglio avere piuttosto che curare. La battuta sull’assonanza tra previdenza e provvidenza è fin troppo scontata e quindi ve la risparmio.

In Paesi notoriamente più pragmatici, come la Svizzera, lo stesso istituto si chiama AVS: Assicurazione vecchiaia e superstiti. Eccola lì, l’idea originaria che portò alla creazione dei fondi pensione, alla fine del XIX secolo: la sopravvivenza.

I fondi pensione, infatti, nacquero come sistema di sostegno per le persone che, ormai troppo vecchie per poter lavorare, non avrebbero avuto i mezzi per provvedere a loro stesse. Questa necessità cominciò a manifestarsi durante la rivoluzione industriale perché il sistema sociale basato fin lì sulla famiglia allargata era venuto a mancare: tipicamente, i giovani emigravano verso i grandi centri urbani, rompendo con il modello contadino dei figli intesi come sostentamento per la vecchiaia.

L’età giusta per pensionarsi

Vi siete mai chiesti perché in tutto il mondo l’età della pensione è sempre intorno ai 65 anni, anno più anno meno? Semplice: perché quella era la veneranda età in cui si moriva ai tempi in cui i sistemi pensionistici furono creati.

È qui che risiede il grande fraintendimento: la pensione non è un premio per una vita di lavoro; è una boa di salvezza a cui le poche persone sopravvissute si possono aggrappare, quando troppo vecchie e malate per poter ancora lavorare.

In quest’ottica, l’età del pensionamento, se fosse indicizzata all’attuale speranza di vita, dovrebbe essere di 83 anni.

Un cambio di paradigma

Anche a me che sono un professionista delle Risorse Umane, questo fatto non era chiaro. Quando me l’hanno spiegato, qualche anno fa, mi ha aiutato a vedere la questione in un’ottica completamente nuova.

E a preoccuparmi un po’, sinceramente: perché è evidente che il modello non potrà sopravvivere alla struttura demografica attuale. Non è più sostenibile, perché doveva servire a pochi e sta servendo invece il 20% della popolazione, che è composta da anziani. Entro il 2030 ci avvicineremo al 30%. Entro il 2050, la cifra potrebbe raddoppiare (!). Basti pensare che negli ultimi due decenni, il tasso degli over ottantenni è aumentato del 150%.

Preoccupazione a parte, ho capito che la pensione è un privilegio e non un diritto. E nell’incapacità di cambiare il mondo, per lo meno ho smesso di criticare chi ha il compito spinoso di dover trovare delle soluzioni.

Sarà inevitabile alzare l’età minima di pensionamento (non mi piace, ma ora lo capisco); si dovranno pensare a dei modelli misti pensione/lavoro, come ad esempio una diminuzione regolare della percentuale di impiego a fine carriera (ho paura che rubi posti di lavoro ai giovani, ma lo capisco); si dovranno accettare diminuzioni delle rendite (e sta cosa proprio non mi va giù, ma mi dico che forse è anche una questione di ridimensionare le proprie aspettative).

L’aspetto positivo di tutto ciò? La prossima volta che una vostra collega o collaboratrice vi annuncerà di essere incinta, invece di pensare ai problemi legati alla sua sostituzione, la ringrazierete calorosamente…

Un grazie di cuore a chi fa ancora figli, perché saranno loro a pagare le nostre pensioni!

 

 

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