Stage: sì o no?

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Negli ultimi dieci anni sembra essere diventato normale, per i neo-diplomati e neo-laureati, accettare stage lavorativi poco o per niente pagati. La speranza è che un po’ di esperienza in un ambito coerente ai propri studi possa aprire le porte di un futuro promettente e ben pagato.

Non è un’idea completamente sbagliata. E proprio perché c’è una parte di vero, in questo ragionamento, la questione non è solo bianca o solo nera. Percorriamo insieme qualche argomento:

Me lo posso permettere?

Prima di accettare uno stage, è necessario fare quattro calcoli: vivo ancora con i genitori? quanto spenderò per i trasporti fino al posto di lavoro? devo cambiare città? è richiesto un abbigliamento specifico, non fornito dall’azienda? (ad esempio scarpe di sicurezza, o anche semplicemente un completo giacca e cravatta).

Lo stage può essere un investimento e va trattato come tale: dovreste essere in grado di calcolare il budget che avete a disposizione prima di accettarlo. Sarebbe inoltre utile fare anche un piano di rimborso, nel caso in cui abbiate attinto a prestiti o altre forme di finanziamento esterne (mamma e papà compresi).

Inoltre, rientra in questa categoria anche il porsi alcuni paletti temporali: fino a quando sono disposto a essere stagista? Per quanto tempo? e non per il proprio orgoglio, quanto piuttosto per il proprio portafoglio.

Come diceva Platone (mi pare): non c’è vento per la vela che non ha porto.
Per inciso: era anche la frase scritta sulla brochure della Facoltà di Lettere dell’Università di Ginevra, celebre sfornatrice di disoccupati di talento (parlo per esperienza, come al solito).

È coerente con il mio piano di carriera?

Non sempre le grandi aziende sono i posti migliori dove fare una stage.
Il mio consiglio è di non lasciarsi abbindolare dai grandi nomi, bensì di focalizzare la propria attenzione su aziende sufficientemente grandi per offrirvi possibilità di network, ma ancora abbastanza piccole per darvi una dimensione umana e, quindi, maggiori opportunità di mettere le mani in pasta (= imparare).

Queste opportunità non devono cadere dal cielo: vanno procacciate attivamente. Per questo è importante avere un’idea di cosa si voglia fare nella propria vita e informarsi sulle attività e sui mestieri presenti nelle varie aziende (ricordatevi di Platone – ma era lui?).

Se invece siete ancora nel periodo in cui vi state cercando, uno o due stage diversificati in aziende differenti possono aiutarvi a farvi un’idea di cosa offre il mercato.
Fino a quando avevo 26 anni, io ero convinto che sarei marcito di noia in un ufficio a fare un lavoro che assolutamente non mi interessava, in attesa della pensione, se morte non fosse sopraggiunta prima. E invece: uno stage mi ha fatto conoscere (meglio) il mondo delle risorse umane e oggi faccio un lavoro che mi piace! (alla faccia di Platone).

Che tipo di forza lavoro cercano?

Uno stage dovrebbe essere formativo, ma non facciamo gli ipocriti: le aziende cercano soprattutto forza lavoro a basso costo. Ma anche questo va bene: una persona può accettare di lavorare come un mulo a basso prezzo per un certo periodo; io l’ho fatto e devo dire che è stato utile in termini di competenze e utile in termini di carriera.

Ci sono poi diversi modi di formarsi: avere un referente in azienda che ci aiuta e ci corregge; oppure essere gettato nelle acque gelide, ricevere un remo in testa e l’istruzione “toh, rema”, e poco importa se hanno dimenticato di darti una barca.

In entrambi i casi, ci porteremo a casa qualcosa. O forse no.
La discriminante, a mio modo di vedere, è il tipo di mansioni che vengono affidate: se passerete il vostro tempo a fare fotocopie (si fanno ancora?), portare il caffè o rispondere al telefono… mi sembra poco utile. Se invece vi si chiede di seguire un manager nel proprio lavoro quotidiano (e magari portargli il caffè, fare fotocopie e rispondere al telefono, ogni tanto), perché no: può essere utile, a condizione di essere spugne: imparare da tutti e approfittare di ogni occasione.

È lo stage numero 4?

C’è un limite ai numeri di stage che dovreste accettare, ma questo lo sapete meglio di me.
A un certo punto, il concetto “meglio uno stage che stare a casa” cade in prescrizione.

Quando non si è ancora entrati a pieno ritmo nel mondo del lavoro, è più facile adattarsi a delle condizioni, anche economiche, non propriamente favorevoli.
Per questo, piuttosto che accettare l’ennesimo stage malpagato, prendete il rischio e andate a fare la barista, il commesso, il volontario, ma in un’altra città, lontano da casa.
Oppure approfittate del periodo di inattività per imparare una lingua, fare un viaggio di studi. Più si invecchia e più questo genere di esperienze diventa difficile da fare, mentre una lingua in più rappresenta realmente un vantaggio competitivo per il futuro.

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Un pensiero su “Stage: sì o no?

  1. Mi sono riconosciuto nelle tue parole e mi trovo d’accordo. Ad ogni modo, devo dire che lo stage (curriculare o extracurriculare che sia) sulla carta è uno strumento decisamente valido per conoscere meglio una persona e contestualmente far conoscere, capire e apprezzare il lavoro che si propone. A mio parere dovrebbe essere corredato di un piano formativo preciso, condiviso ed esaustivo, nel caso si tratti di un tirocinio per giovani che si affacciano al mondo del lavoro, o di un piano di inserimento e sviluppo nel caso si tratti di stage con finalità di reinserimento lavorativo.

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